Giù al Nord

cronache calabre in terra straniera

Università che vai, abitudini gastronomiche che trovi.

Cara Calabria,

per tre anni ho vissuto, per ragioni di studio, in una delle tue massime città universitarie, che ora, a ripensarci, mi manca parecchio. Di certo vagare tra i Cubi dell’Unical è molto diverso che aggirarsi in via Po per arrivare a Palazzo Nuovo, oggi blindato a causa degli scontri against G8.

Tra i Cubi dell’Unical, se la memoria non mi inganna, non ci sono negozi, e per sbocconcellare qualcosina bastava spendere pochi cent al distributore.

Qui è tutto diverso: se decido di andare a piedi a lezione, lo faccio solo ed esclusivamente per una ragione, e non è quella di smaltire il fritto che ho mangiato a pranzo.

In via Roma, la stessa che ha visto settimana scorsa un sacco di mentecatti cospargersi di vernice colorata (vedi nuovo spot Vodafone), posso fare shopping low-cost, cosa che mi sta portando lentamente alla rovina.

Non sono una shopaholic ma non resisto ai prezzi pazzi dei negozi del centro.

Cara Calabria, quando studiavo giù questo non succedeva. Con venti Euro settimanali riuscivo a far spesa, a mangiare una pizza con gli amici e la mensa free mi ha permesso, qualche volta, di farmi anche un cinemino ogni tanto.

Qui è tutto diverso.

Lo sa mia madre, che, giunta in terra straniera,per prima cosa ha espresso il desiderio di andare al supermercato per confrontare i prezzi. E’ uscita in preda a uno shock anafilattico, allergica com’è ai prodotti che costano più del solito Euro e Cinquanta.

Eppure devo mangiare, non sia mai che deperisca.

E così, cara Calabria, qui all’Università è tutto diverso, anche in fatto di cibo. La mensa la pago e quindi per principio non ci vado, i cubi sono spariti per lasciare il posto a palazzetti e a palazzi nuovi. La burocrazia è uguale dovunque, e di quella non parlo.

Ma solo una cosa voglio dirti: noi calabresi ci vergognamo a portarci da mangiare da casa, perché fa, effettivamente, troppo cosa del Sud.

Sarà perché qui effettivamente sono tutti del Sud, ma questo tabù non esiste. Pur di risparmiare, gli studenti arrivano con mille pietanze diverse, tutte sapientemente infagottate dalla mani di mammà o dalle proprie.

Cara Calabria, è così che ho visto di tutto: dallo yogurt al latte e cereali in un ciotola divorato tra una lezione e l’altra, a un barattolo di una non meglio identificata poltiglia di carote sott’aceto mangiate con tanto di forchetta e senza una briciola di pane. La gente ha fame, è in crisi, e fa quel che può per non spandere averi in via Po.

Purtroppo dovrò ricredermi: io credevo che il massimo della tamarragine fosse il panino con frittata da 8 uova.


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maggio 19, 2009 - Posted by | cronache calabre, Università | , , ,

3 commenti »

  1. Eh, sì, proprio così. Il mio must era l’insalata di riso (accompagnata da mignon di vinello sulle panchine con Sabry…che non fa Meridione, ma alcolizzate sì).

    Commento di Saretta | maggio 19, 2009 | Rispondi

  2. **Saretta: ma hai mai azzardato LATTE E CEREALI?? anche io mi porto da mangiare da casa, ma quello proprio non lo posso accettare!

    Commento di Giovanna Gallo | maggio 19, 2009 | Rispondi

  3. massima solidarietà da chi mangia da un anno portandosi il baracchino da casa 😉

    Commento di davide | maggio 19, 2009 | Rispondi


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